#Panorana

Ragazzi di Miniera

08 cambio turnoDaniele Didu ha 24 anni, un diploma, buoni voti a ingegneria, un lavoro fisso: fa il minatore. Turni di otto ore, mille euro al mese per scendere nelle gallerie, giù fino a 495 metri di profondità, ed estrarre il carbone del Sulcis dai pozzi di Monte Sinni, in Sardegna.

Quando la Carbosulcis, la società della Regione proprietaria del giacimento, due anni fa ha pubblicato il bando per l’assunzione di 25 operai, davanti ai suoi uffici si sono messi in coda in 2.400 per un posto da minatore. Tutti ragazzi, e pure qualche ragazza, tutti giovani sotto i 30 anni, moltissimi diplomati, molti studenti universitari, tutti di questa zona sudoccidentale della Sardegna: Carbonia, Gonnesa, Sant’Antioco, Bacu Abis, Suergiu, qualcuno anche da Cagliari.12 tagliatrice

Daniele Didu è stato uno dei primi a candidarsi e si è piazzato tra i primi alle selezioni. E ora eccolo qua, a inizio turno. Tuta bianca, elmetto con la torcia, la zavorra del savox, i due chili e mezzo del respiratore d’emergenza da tenere sempre appeso al cinturone. Eccolo qua davanti alla gabbia, quella grande scatola con le inferriate che somiglia vagamente a un ascensore e che in sette minuti ti porta a 400 metri sotto il livello del mare. “Già, eccomi qui – dice Daniele Didu – a fare lo stesso mestiere di mio nonno, che parlava spesso della fatica, del pericolo, degli incidenti, di lotte sindacali violente e disperate. Il primo giorno, mentre scendevo, ripensavo ai suoi racconti e un po’ d’ansia, qualche dubbio m’è venuto. Poi cominci a lavorare e passa tutto, ti concentri solo su quello che devi fare. A fine turno già mi ero convinto che non è strano fare il minatore, è molto più strano, semmai, avere un posto vero, regolare, qui nel Sulcis, dove il lavoro o è nero, precario e atipico oppure non c’è”. Altro tempo da 06 tunnel vecchia armaturaperdere in chiacchiere Didu non ce l’ha. Il bus dell’azienda lo riporta a casa e, da lì, con un altro pullman si fa 70 chilometri per andare a seguire le lezioni a Cagliari, dove diversi suoi amici dell’università nemmeno sapevano che in Sardegna c’è ancora una miniera di carbone attiva, l’unica in Italia.

Anche gli altri giovani minatori hanno un nonno, uno zio, un parente che ha lavorato là sotto (è difficile il contrario da queste parti), anche per loro la miniera non è un ripiego, un posto da dove fuggire appena si presenta 21 tabella infortunil’occasione. “Speriamo che duri, altro in giro non si trova”, afferma Nicola Marongiu, venticinquenne di Gonnesa, diversi lavoretti in nero o sottopagati come manovale nei cantieri edili prima di arrivare al giacimento di Monte Sinni. Nel tempo libero gioca da portiere in una squadra di calcio in terza categoria, l’Atletico Cortoghiana. “E prima di tempo libero ne avevo parecchio – aggiunge con un sorriso – In quest’area le aziende chiudono, mica cercano personale”. A Portovesme ad esempio, il vicino polo metallurgico costruito in riva al mare, l’aria che tira è quella della smobilitazione: l’Otefal, che produceva laminati in alluminio, è chiusa e 400 operai sono senza stipendio da tre mesi e senza cassa integrazione. Eurallumina si prepara a mandare in cassa integrazione 700 lavoratori. Alcoa ha annunciato una riduzione di organico di oltre 100 unità. Alla Portovesme srl, da poche settimane, altri 450 lavoratori sono stati messi in cassa integrazione. Rockwool ha bloccato la produzione di lana di roccia…

16 pistoni tagliatriceLa disoccupazione nel Sulcis è al 25% (un tasso quasi doppio rispetto alla media pur alta della Sardegna), quella giovanile supera il 55%, nel territorio della provincia, 130mila abitanti appena, in quindici anni sono scomparsi 6.000 posti di lavoro. I ragazzi o stanno a spasso o se ne vanno, in continente o all’estero. Pure l’impianto di Monte Sinni era a rischio: 435 operai, altri 139 tra impiegati e dirigenti, età media sui 50, assunzioni bloccate da anni, 35 milioni di euro di perdite. La gestione pubblica, in mano alla Regione Sardegna, aveva scelto in passato la strada della morte lenta per questa azienda: anno dopo anno i dipendenti andavano in pensione, senza rimpiazzi e dal ‘98 a oggi il personale si è più che dimezzato. Con l’elezione di Renato Soru alla presidenza regionale la strategia è cambiata. Il governatore ha via via rimesso in moto il giacimento, ha rinnovato il vecchio contratto con l’Enel per alimentare col carbone del Sulcis la centrale elettrica sarda di Portoscuso, ha dato il via libera alla costruzione di un nuovo impianto per la produzione di energia coi minerali di Monte Sinni. “Le miniere sono la storia del Sulcis – sottolineava Soru – qualcuno pensava che il carbone appartenesse al passato, che fosse una storia chiusa per sempre. E’ il contrario, è la nostra scommessa per il futuro”. E così, nel 2007, sono ripartite le assunzioni, sono arrivati 25 apprendisti, poco più che ventenni. Una boccata d’ossigeno per gli anziani della miniera. La sensazione che il lavoro continua. Ma con nuovo scenario politico sardo la miniera sprofonda di nuova nel limbo, nell’incertezza. Una sorta di purgatorio per un posto spesso associato all’inferno.

“Ma no, questo non è l’inferno”, spiega Fulvio Sirigu, uno dei più minatori più giovani, 23 anni appena, diploma di perito geotecnico all’Istituto 02 la discenderiaprofessionale di Iglesias. “Certo l’accoglienza un po’ di tensione te la mette – racconta – per prima cosa ti spiegano le procedure in caso di allarme, che la polvere nera prende fuoco facilmente, che col savox hai solo 30 minuti d’aria per evacuare. Cominci a pensare che il rischio è alto. Col passare del tempo ti rendi conto che non è così, che i pozzi non sono più pericolosi di una cava o di un cantiere, che i sistemi di sicurezza sono efficienti. I minatori col piccone o col martello pneumatico, le facce annerite dal carbone, sono immagini del passato, degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi fanno tutto le macchine, scavano, trasportano il materiale, separano il minerale dagli scarti. Il nostro compito è quello di governare le diverse apparecchiature, controllare che tutto funzioni”. E’ vero. I trenta chilometri di tunnel non sono stretti e angusti, i percorsi sono ben illuminati, la roccia non si spacca a forza di braccia. A meno 500 ad esempio si arriva ancora con la gabbia, ma anche coi pick-up Toyota, percorrendo la discenderia: una galleria lunga 3.300 metri che, a parte il fondo sterrato e la pendenza che costringe a fare tutto il percorso con le ridotte, ha le dimensioni di un traforo autostradale. Però è lo stesso un mestiere duro. Si lavora a ciclo continuo, coi turni di notte. Sottoterra estate e inverno fa sempre caldo e quando è in funzione la tagliatrice – l’enorme fresa che taglia il carbone – il rumore è devastante e la polvere nera e sottilissima si infila dappertutto, nei vestiti, addosso, nei polmoni. “Sì, ma adesso abbiamo uno stipendio – sottolinea Sirigu – la possibilità di restare, di non emigrare”. E Andrea Gramai, ventiquattrenne, è ancora più entusiasta. “E’ stato pazzesco – dice ricordando la prima discesa là sotto – una sorpresa. Non me l’aspettavo certo così la miniera. Questo lavoro per me è come un tredici al totocalcio, ho pianto quando ho firmato il contratto e il primo giorno mio padre mi ha accompagnato ai cancelli, emozionatissimo. Sono orgoglioso di fare il minatore nella mia terra”.

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15 risposte a #Panorana

  1. banana republic ha detto:

    Grazie Rana, a pensare che ci sono ragazze che vanno al Palazzo Grazioli per 1000 Euro a notte per I festini di Papi.
    Anzi a pensare che Marrazzo della Regione Lazzio guadagna 20 000 Euro netti al mese (lordi Euro 35/38 mila la mese) lui si che si fa un culo per guadagnarsi la giornata

  2. Nicola ha detto:

    Un racconto suggestivo. Credo che per noi sardi lo sia ancora di più. Grazie Rana

  3. Arya ha detto:

    Ora che sono “nel Continente” spesso penso proprio alle miniera, io che sono nipote di un minatore che ha per 30 anni scavato le viscere di quella parte di Sardegna che ora timidamente prova a diventare turistica. Un Sulcis martoriato dalle crisi e ormai disilluso dalle promesse di nuova crescita. Eppure è troppa bella la mia terra per non pensare che la forza di chi prova a risollevarla possa fallire, soprattutto perché si esprime con la tenacia di chi non vuole mollare.
    Bel blog 🙂

    • lerane ha detto:

      grazie Arya, li ho conosciuti quei ragazzi, bella gente, per certi versi non sembrano nemmeno contemporanei: a 20, 21 anni un senso di responsabilità, un rispetto e un’attenzione al lavoro, un legame con la propria terra…

  4. pedrop ha detto:

    …si ma quel commento lo avevo postato in un’altro treath !!

    • lerane ha detto:

      ciao pedro. che dirti? hai ragione. la mia incompetenza tecnologica provoca effettivamente un po’ di problemi. volevo una pagina (“panorana”) che si aprisse su notizie di vario tipo, ma questo con wordpress non mi sembra possibile. e allora ho scelto questa soluzione di spostare le cose che però evidentemente non sposta i commenti. cercherò di rimediare…
      ciao

  5. pedrop ha detto:

    …se ci fosse nella mia città un candidato barbone…lo voterei subito. Anche perchè di sicuro è abituato ad avere poche pretese e non sarebbe avido come gli altri !!

  6. tiziana ha detto:

    qualche settimana fa stavo a Parigi e si muovevano in tanti in bicicletta,gente vestita elegante che andava a lavorare,credo abbiano il bike sharing come dice Valeria!!!

  7. andrea ha detto:

    Edward Norton Lorenz è il matematico pioniere della teoria del caos, quello dell’effetto farfalla, Konrad Lorenz è l’etologo, quello delle paperelle, non delle farfalle …

  8. Valeria ha detto:

    .. e pensare che a Roma stanno tentando di affossare il neonato servizio di Bike Sharing..dandolo in gestione all’ATAC: pare che verrà abolita la prima mezz’ora gratuita, azzerando di fatto il servizio fino ad oggi offerto a quei cittadini i quali pur senza fare grandi tragitti in bici, effettuavano almeno i piccoli spostamenti nel centro senza grosse difficoltà…

    mi sembra che invece di fare progressi, non appena si trova un a buona idea da portare avanti, la si schiaccia seguendo la logica del profitto..logica che, soprattutto quando si tratta di offrire servizi al cittadino, è più che mai inadeguata!

  9. edoardo lenzini ha detto:

    la bicicletta fa bene alla città.
    fa bene alle persone
    fa bene alle classi sociali e al turismo.
    l’italia e il mondo rilanciano la macchina.
    solo pochi hanno il coraggio di portare linee preferite per la bici.
    bellissimo però l’articolo.

  10. Valeria ha detto:

    ..si arriva in ufficio col sorriso sulle labbra, si impiega una quantità di tempo sempre prevedibile.. si ricominciano a notare parti di paesaggio, persone…dettagli che a un automobilista sfuggono, nel migliore dei casi, infastidiscono e creano nervosismo, nel peggiore…. ne guadagna la salute oltre che l’umore, ne guadagna la linea, si perde l’esigenza di andare a fare sport nei luoghi chiusi…

    Ma la vera fatica è mentale! è la mente che rifiuta l’idea che cambiare vita, e cambiare in piccola parte (ma nemmeno tanto piccola) il mondo…sia possibile..semplicemente pedalando ciascuno di noi il suo!

    Grazie Rana!

  11. Luta ha detto:

    Ho assistito alla fiera del libro all’incontro con Augè. Incontro molto interessante, ho comprato anche il libro, ma è a Roma, mia prossima lettura estiva!

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