Parigi

A giudicare da alcune delle identità che stanno emergendo, nel lento stillicidio di sparatorie e notizie mortifere dovuto ai blitz successivi all’attentato, si scopre che buona parte degli attentatori sono di nazionalità francese. Figli di un paese che rifiutano. Per molti di loro si tratta di immigrati di seconda generazione. Talvolta sono soggetti che non possiedono legami di sangue con la loro ipotetica patria spirituale, è il caso di Fabien Clain. Anche nel territorio italiano troviamo fanatici del califfato con cognomi italiani come Maria Sergio. Probabilmente la motivazione religiosa per questi tardo-adolescenti è solo un esercizio di fantasia, un gioco delle parti. Una generazione cresciuta allenandosi alle sparatorie della Playstation e alle fiction televisive, più che conoscendo la guerra per davvero, confonde la noiosa realtà reale dalla finestra della loro stanza  con quella virtuale del videogioco nel quale sono rimasti intrappolati. Era francese la kamikaze che si è fatta esplodere nel blitz di San Denis, surclassando, lei donna, i suoi “colleghi” maschi in determinazione e dedizione alla causa. Ecco che comincia a vacillare il ruolo della militante in contraddizione con la visione, tutta nostra,  della donna nello stato islamico sottomessa controvoglia e passiva. Come incoerenti paiono i profili di questi militanti asceti, tutti preghiera e causa, dediti tuttavia all’uso di droghe, con trascorsi da criminali comuni, spacciatori, tossicomani. Probabilmente non è fatto di solo fanatismo religioso il substrato esistenziale di questi individui. Probabilmente hanno optato per vivere un mondo parallelo nel quale trovare uno spazio identitario tutto per loro. Una realtà incoerente dove si fanno convivere insieme pratica religiosa, ascetismo, dedizione alla causa, violenza sanguinaria e uso di droghe.

Siamo in molti ad essere caduti nell’equivoco, alcuni, come Salvini e altri personaggi della destra nostrana, con piacevole compiacimento, per esclusivo tornaconto in termini di consensi oltrechè più banalmente per superficiale e grassa ignoranza.

Questi cittadini di Francia rifiutano un paese al quale non si sentono di appartenere. Una fame di nazione, quella del mondo arabo, di questi giovani “ex” arabi, che ha finito per creare un mito, e con esso un mostro.

Un cocktail di balorde esistenze periferiche che non vede per se reali prospettive esistenziali degne di essere vissute, esistenze di giovani senza identità culturale e di appartenenza, figli di immigrati che hanno finito per mitizzare la terra d’origine senza averla conosciuta.

Crediamo di combattere contro il fanatismo religioso di popolazioni arabe provenienti dal mediooriente, in realtà combattiamo contro generazioni di adolescenti balordi impiantati in Europa che si sono formati nel vuoto consumista delle banlieu, nel meltinpot mitteleuropeo, nelle avventure delle playstation, nel fragore assordante delle discoteche come quello psicopatico di Johnny Jiadh. Ma anche nella percezione della ricchezza posseduta da alcuni e difficilmente raggiungibile dalla loro posizione. Quando hanno appreso una dottrina strutturata nella quale incontrare la storia delle loro origini culturali, o magari più semplicemente qualcosa che interrompesse la monotonia di un’esistenza senza scossoni e motivazioni surrogate sul loro disagio, hanno trovato un destino esistenziale purchessia. Certo , su tutto questo grava anche la polveriera mediorientale, i conflitti nell’area. Ma quello che abbiamo visto in questi tristi giorni è un problema molto europeo.

Se pensa di risolvere il problema solo con le bombe, Hollande dovrà decidersi a bombardare le Banlieu e alcuni dei suoi residenti, magari non tutti. In parte ha già cominciato a farlo. Oppure cercherà di affrontare il problema dello spazio esistenziale, culturale ed economico di milioni di individui in maniera seria. Allora la vera domanda è: ma la Francia (l’Europa) sono in grado di offrire delle opportunità di esistenza degna a milioni di giovani ex arabi (e non solo) attualmente parcheggiati nelle periferie delle sue città ? Sono in grado di offrire un’altrettanto allettante orizzonte esistenziale e culturale ?

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