I CINESI NON HANNO VOTATO IL “CINESE”

cofferati-paita

Aria di fronda a Genova. Se qualcuno tira un sospiro di sollievo e vede nella prospettiva dei prossimi 5 anni aprirsi uno spiraglio di luce, per altri si vede sfumare un progetto a lungo accarezzato. Dapprima il trasferimento dal soglio bolognese a quello genovese, successivamente la conquista del mandato europeok, quella di oggi rappresenta per Cofferati il primo vero scivolone di percorso. La mancata vittoria alle primarie liguri ne segna una battuta d’arresto che non è solo suo, ma di tutto un progetto proveniente da Roma e voluto fortemente dai poteri centrali. Al pari di Marino a Roma, Cofferati a Genova è un estraneo, nonostante da alcuni anni si sia trasferito; per motivi familiari, addusse.

L’uomo d’apparato inviato dalla sede centrale avrebbe dovuto rappresentare la realizzazione di una cinghia di trasmissione virtuosa del sistema-stato nella città del grifone.

La cricca genovese che stà dietro a Raffaella Paita, overossia Autorità Portuale ed Ente porto, i gruppi che contano in Carige, ovverossia Burlando e Scaiola, si sono rivelati più forti delle decisioni di Roma di imporre un esterno, uno fuori dai giochi in Regione.

Le motivazioni per questi desiderata Romani sono molteplici, una vale per tutte: al pari di Marino, Cofferati avrebbe rappresentato il sistema virtuoso estraneo alle manfrine e agli intrallazzi, talvolta davvero scandalosi cui abbiamo assistito in questi anni. Cofferati in regione avrebbe significato un nuovo episodio di mafia capitale al sapore di pesto. Qualcuno, fra i referenti politici, avrebbe dovuto dare più di una risposta sulle infiltrazioni delle cosche calabresi in Riviera, sull’80% di appalti concessi a ECOGE e amici vari (già segnalata dalle forze dell’ordine agli enti politici per legami con le cosche calabresi.), sulla gestione di Scarpino, sulla spregiudicata gestione Berneschi del patrimonio Carige (davvero certi che quel benestante signore anziano abbia fatto tutto pro domo sua ?) Probabilmente col Cinese sarebbero scattate delle manette con gran enfasi dei media e la parola d’ordine pronunciata a gran voce per l’occasione è che le mele marce sono altro, non certamente il virtuoso PD. Una riedizione di quello che abbiamo sentito con mafia-capitale, magari ci sarebbe stata pure l’occasione per fare una bella fiaccolata. Sacrificando poche teste si sarebbe riabilitato un sistema partito nella sua interezza. Restituendone l’autorità morale per continuare a governare. Tutto rimandato, pare.

Da subito sono state fatte denunce di brogli, di gente mai vista nei circoli del PD giunta apposta in gruppi organizzati per votare. Proprio come qualche tempo fa accadde in altre primarie con stuoli di cinesi e albanesi davanti alle sezioni. I cinesi non hanno votato il cinese !

Perfino l’ANPI si è schierata, paventando con la non partecipazione al voto una rivolta morale (e di questi tempi davvero ridicolmente fuoriluogo) in caso di vittoria di chi aveva minacciato di allearsi con i vecchi (finti) nemici. Per una questione di antifascismo, ha asserito l’ANPI. Insomma vecchie logore bandiere sempre pretese allo sventolio. Ma il trucco è vecchio e stinto.

L’ANPI il cui acronimo significa Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, in realtà raccoglie gli ultimi scampoli di anziani signori avvicinati al vecchio PCI e agli ideali antifascisti negli anni ’60 e ’70. Gente che la resistenza forse l’hanno più vista o sentita narrare che fatta, qualcuno, dicono, anche più giovane, attratti da una possibile opportunistica scorciatoia per assurgere ai livelli dirigenziali del PD.

I partigiani, quelli veri bontà loro, sempre più rari, sono presi da altre faccende, stanno combattendo la loro ultima disperata battaglia contro cateteri tappati, dentiere scomode, infermiere burbere, figli irriconoscenti, memoria che và via. Quindi tutto un mondo virtuale, quello dell’ANPI, nel quale gli ultimi irriducibili combattenti, al pari dei richiamati di Bastogne conducono la loro personale battaglia fuori dal tempo e fuori dalla storia.

La candidatura di Paita non solo riconferma il ruolo di Burlando e del comitato d’affari con Scaiola e i suoi, ma conferma anche le relazioni con gli ambienti di cui si è detto sopra. Non è che con Cofferati al comando le cose, in termini di amministrazione, sarebbero andate meglio. Ci sarebbero state le stesse identiche modalità di gestione del territorio, le stesse priorità (loro), forse con un piglio di autoritarismo in più, come ci ha insegnato la gestione bolognese del sindaco sceriffo. Ci sarebbe stata in aggiunta la variante della purgatura morale e conseguente riabilitazione del sistema di potere, ma solo per questioni di opportunità e di difficoltà oggettive a gestire mediaticamente una situazione scandalosa.

Mentre la città affonda nel cemento di opere edilizie di improbabile utilità, i soldi che dovrebbero mettere in sicurezza gli alvei dei torrenti e contrastare gli effetti di nuove alluvioni vengono prosciugati e spariscono nel nulla. Gradualmente l’urbe sprofonda in una dimensione da città del terzomondo, come ci hanno abituato certe periferie delle città del Sud in mano alla mafia. Cantieri assurdi sfregiano ogni visuale con lavori interminabili, talora inutili. Rimarremo così almeno per altri cinque anni, forse per sempre. Ma comunque l’uno o l’altro, ci saremmo rimasti lo stesso !

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