RICORDANDO MARTIN

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Quello che traspare da quella sentenza e dalla percezione dei fatti per come sono accaduti, non è solo la ripulsa istintiva verso una sentenza razzista, omicida, un manifesto per il disprezzo della vita . Una vita al suo esordio, le cui uniche preoccupazioni avrebbero dovuto essere la felpa giusta per andare alla festa degli amici e riuscire a trovare la ragazza carina con cui iniziare una storia fatta di goffa tenerezza, oppure nuove canzoni sull’Ipod da scambiarsi con gli amici, quel compito di chimica che proprio non è andato come volevi, i lavoretti fatti in casa grazie ai quali magari riesci a comprarti un nuovo skateboard. Preoccupazioni facete, adolescenziali, mutevoli e leggere come i brufoli sulla faccia. Preoccupazioni quotidiane fatte di tutto quello che dovrebbe essere il mondo per un adolescente e invece così non è stato. E’ difficile essere un adolescente nell’ America post “cura” Bush, soprattutto se sei un “negro”.

E’ questa la dimensione tragica e scurrile di un paese che vuole ergersi a modello di civiltà ed esportare la sua democrazia in giro per il mondo con sistemi non troppo differenti da quelli adottati dal killer George Zimmerman per imporre la sua personale visione della giustizia e della sicurezza. Quello che traspare,al di là della cortina di schifo che avvolge per intero questa tragica storia di squallido razzismo da provincia americana, sentenza compresa, è il nero vuoto fatto di paura ed incertezza nel quale è precipitato quel  paese. La continua percezione di un pericolo imminente rappresentato anche da un ragazzo di 17 anni che sta andando a casa all’imbrunire. Quello che traspare è la dimensione psicologica nelle quale i fabbricanti d’armi e di fittizia sicurezza, intimi sodali delle famiglie che governano il paese fra un gallone di petrolio e uno di whisky, hanno cacciato un intero popolo e ce lo tengono prigioniero dentro a una nera crisi che ha messo in ginocchio ogni speranza di benessere, ogni sicurezza residua.

Quello che traspare è un paese perduto nella sua paura, paralizzato dietro l’imposta accostata, le mani sudate ad imbracciare un feticcio di sicurezza in grado di dispensare morte con la pressione di un indice. La leggerezza con la quale si soppesano le altrui esistenze a favore del nostro egoismo personale: voler vivere in una fortezza che nessuno deve violare.

Non importa se a pagare sarà un adolescente all’ingresso nella vita. Non importa se era ingiusto ucciderlo, se non stava facendo niente di male. E’ bastata una sensazione, la percezione di un pericolo. Un paese che vive il pericolo quotidianamente, anche quando non c’è. Un mondo buio come buia è l’anima di chi lo ha ridotto così. A quel paese sciagurato sono state date le chiavi di governo del mondo, svariate decine di centinaia, forse migliaia  di testate nucleari in grado di incenerire il pianeta e l’esercito più micidiale del mondo.

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