La Parentopoli dei Bossi

In esclusiva per lo stagno alcuni brani dedicati alla famiglia Bossi tratti da Tengo Famiglia, il libro di Carlo Puca, sulle parentopoli d’Italia (Aliberti Editore).

Per eleggere Renzo in Regione Lombardia alla età di ventuno anni e sei mesi, record padano e italiano, il Senatùr ha infranto le più basilari regole dell’epopea leghista. Perché in questo, soltanto in questo, la politica è aristocratica: il trono è ereditario, a tutti i livelli. Valga per esempio di sincerità la confessione al settimanale «Oggi» di Riccardo Bossi, il figlio avuto dal Senatùr con la prima moglie Gigliola Guidali: «Mio padre trascina milioni di persone. Perché non dovrebbe trascinare anche i figli? Se uno ha un’azienda, chi pensa di inserire, i suoi figli o degli estranei?» E però Riccardo dimentica che il Carroccio doveva rompere questo schema, la Lega è nata proprio per fare la rivoluzione contro abusi, sprechi e soprusi, per combattere privilegi e nepotismi. «Non si barattano i valori-guida con una poltrona!», urlava l’Umberto di un tempo, l’ardente condottiero che assicurava: «Assoluta trasparenza contro ogni forma di clientelismo». Alla fine della fiera, come è in uso da secoli nell’avversata (per finta) «Roma ladrona», ha invece omaggiato di una poltrona da undicimila euro al mese suo figlio. Il figlio del capo. (…) La sostanza dice che la parola “gavetta” vale soltanto per i poveri cristi. Lo pensano persino nella Lega, ché tranne la strettissima cerchia bossista sono tutti imbarazzati. Roberto Castelli a parte: «È un atto di coraggio andare tra la gente a vent’anni a cercare voti: mi tolgo il capello». (…)

Tanti cappelli, oltre al suo, sono stati levati per Renzo. Una prima lista di candidati leghisti alle regionali, approvata dal Consiglio federale, è stata stravolta all’ultimo istante. D’un colpo sono stati cassati: il consigliere provinciale (di Brescia) Roberto Bertelli, l’ex assessore provinciale (di Brescia) Guido Bonomelli, l’ex capogruppo (di Brescia) Roberto Vanaria, il segretario cittadino (di Brescia) Stefano Borghesi, il consigliere regionale (eletto a Brescia) Enio Moretti. E qual era il collegio del giovane Bossi? Va da sé: quello di Brescia. Dove l’uscente Monica Rizzi, come riporta «il Fatto» del 17 settembre 2010, signora di voti e di tessere, autoproclamatasi psicologa senza avere la laurea, ha rinunciato a candidarsi nuovamente per spostare i suoi voti su Renzo. È stata però accidentalmente inserita nel blindatissimo listino del candidato governatore Roberto Formigoni, con la promessa (mantenuta) di fare poi l’assessore regionale allo Sport, in qualità di esperta del gioco nazionale: il Tengo famiglia. Ma il Trota non sa nemmeno, perché lui non c’era, che a due mesi dalle elezioni, nelle segrete stanze di Ponte di Legno, papà Umberto s’è fatto a turno giurare fedeltà dagli amici più intimi. Non a lui, ovviamente, non ce ne sarebbe stato bisogno: al figlio candidato. È il caso, per cominciare, della ex sindacalista Rosi Mauro, ora vicepresidente del Senato su concessione del Senatùr. Oppure di Giancarlo Giorgetti, eminenza grigia della Lega di affari e di governo, cugino di Massimo Ponzellini, il banchiere verde a capo della Popolare di Milano. Ancora, di Bruno Caparini, il viceré leghista di A2A, la super-municipalizzata lombarda, padre di Davide, deputato e amministratore della stessa TelePadania che ha sostenuto passo dopo passo la campagna elettorale di Renzo, ovviamente su mandato di Umberto. E perciò ribattezzata «TelePapà». Renzo non lo sa, sennò si sarebbe sicuramente opposto, ma ha giurato per lui anche l’enfant prodige «vita natural durante» Marco Reguzzoni, designato a trentun anni d’età, nel 2002, come presidente della Provincia di Varese, promosso capogruppo alla Camera un mese esatto dopo le regionali, soltanto per una coincidenza temporale, mica per il suddetto giuramento. Ed è sempre per una incredibile coincidenza che Reguzzoni risulta maritato con Elena, l’adorata figlia di Francesco Speroni, quello stesso Speroni che i rampolli del Senatùr chiamano «zio». Sì, proprio la testa d’uovo che nel 2004 assunse come portaborse all’europarlamento Riccardo Bossi sulla base del suo formidabile curriculum di pilota di rally. E comunque, sempre meglio di Matteo Salvini, il boss di Radio Padania Libera che dalle sue frequenze è uso terrorizzare il Sud clientelare e tifare contro l’Italia ai Mondiali. Come braccio destro a Bruxelles, Salvini scelse infatti un altro Bossi, Franco, il fratello del Senatùr. Che non parla le lingue e ha fatto la terza media, però capisce come pochi di radiatori, pistoni e candele (senza sottovalutare le pasticche dei freni). Rivolgersi, per informazioni, a Fagnano Olona: lì la sua bottega di autoricambi ha fatto storia. Al Trota, poi, riesce difficile intenderlo, perché certa gente è abituata a frequentarla da infante. Ma a parte lui, nessun consigliere regionale eletto il 26 marzo 2010, anche più forte dei suoi 12.893 voti, è stato invitato una settimana dopo, il 6 aprile, a scegliere un ministro della Repubblica. Umberto s’è invece portato Renzo a cena da Berlusconi, «per il tradizionale caminetto del lunedì sera ad Arcore», recitavano tutte le agenzie di stampa. C’erano Calderoli, Cota e il sottosegretario Aldo Brancher, l’uomo di raccordo tra il Cavaliere e il Senatur. Così, tanto per svezzare il ragazzo, si è deciso davanti a Renzo di dare il Ministero dell’Agricoltura a Giancarlo Galan. Da allora, il ragazzo è entrato in tutti gli incontri e le decisioni che contano. O meglio, per onestà: ne è stato testimone. Le trote rosa Il Trota non lo sa, perché gliel’hanno tenuto nascosto. Ma lui, Riccardo, zio Franco, Castelli, Caparini e Reguzzoni non sono casi solitari. Per esempio, nella Lega, partito sempre all’avanguardia, viaggiano insieme quote rosa e «Trote rosa». Per citare un caso concreto, nel giugno 2009 Gianna Gancia è stata eletta ad appena trentasette anni d’età presidente della Provincia di Cuneo. Com’è che è caduta la candidatura proprio su di lei, semisconosciuta? Per meriti indiscussi, naturalmente, ancora adesso sconosciuti ai più, ma comunque indiscussi. Non appena diventa presidentessa, Gancia rivendica con fervore il suo primo successo politico. Lo fa nel libro Leghiste di Cristina Giudici: trattasi di tredici milioni di euro, portati a casa sull’unghia, in seguito a un provvedimento straordinario del Consiglio dei ministri, «anche grazie all’interessamento di Roberto». E chi sarà mai costui? Chi è il Roberto che tutte le province italiane, soprattutto quelle meridionali, vorrebbero ingaggiare? Sarà piemontese, siciliano o è il noto napoletano amico di Totò che ha fatto il militare a Cuneo? Ma no, vedi combinazione, il costui in questione è Bob Calderoli, pluriministro della Repubblica e compagno di vita e di sentimenti della presidentessa Gancia. Scrive Giudici: «Gianna si alza, sparisce e ritorna con una lettera che lui le ha scritto dopo il suo primo comizio elettorale per dirle: “Dopo tanti anni di politica, mi sono emozionato, brava, stai lavorando bene, ce la puoi fare”. Gianna la legge con le lacrime agli occhi». Per favore Bob, porgile un fazzoletto. Verde. Il Trota poi non sa, forse perché nessuno gliel’ha ancora raccontato, che nel 2007 l’assessore alla Sanità della regione Veneto, la leghista Francesca Martini, nominò suo capo segreteria la signora Stefania Villanova e lo stipendio aumentò da venticinque a settantamila euro l’anno. «Non ha la laurea e non è stato fatto un concorso», tuonò un consigliere regionale del Partito democratico, Franco Bonfante. Ma questo fu il meno. Di chi è moglie la signora Villanova? Anche qui, per il solito fatal destino, del predecessore dell’assessore Martini. Dove lavorava fino al nuovo incarico la signora Villanova? Nell’assessorato del marito. Chi è tale genio assoluto, sposo modello e coniuge ideale di ogni padana media? Sì, è Flavio Tosi, il durissimo, purissimo e leghistissimo sindaco di Verona. «I capi di segreteria degli assessorati non sono scelti per concorso, sono figure fiduciarie», replicò lui. «Non è vero, una legge regionale permette i concorsi anche per gli staff», controbatté, per nulla spaventato, il consigliere Pd. E fu in quell’istante che i novelli Giulietta e Romeo decisero di querelare Bonfante. Ma nel 2010 il tribunale dell’ingrata Verona ha archiviato la sua posizione. Sarà stato un giudice terrone.

Renzo non lo sa perché nessuno glielo dice sennò si monta la testa. Ma è diventato un modello professionale e di vita. Altro che attori, calciatori, tronisti: «Da grande voglio fare il Trota», urlano gli adolescenti padani. E il Dio del Po, sempre più potente anche nell’aldilà, li sostiene nelle cose terrene. Pensate un po’ cosa produce la fede alla Provincia di Brescia, proprio nel collegio elettorale del giovane Bossi. Su settecento partecipanti donne a un concorso per funzionari, nel febbraio 2010 hanno vinto in otto. E cinque sono (para)leghiste: Silvia Raineri, moglie del vicesindaco di Brescia Fabio Rolfi e capogruppo al comune di Concesio; Cristina Vitali e Anna Ponzoni, tutte e due (non l’una o l’altra) già assunte a tempo determinato in Provincia nell’assessorato del leghista Giorgio Bontempi; Sara Grumi, figlia di Guido, assessore leghista al comune di Gavardo; Katia Peli, nipote di Aristide Peli, assessore Provinciale all’Istruzione. I politici, sia chiaro, sono tutti gran sostenitori dei Bossi. Tutti. La risposta del presidente della Giunta provinciale Daniele Molgora? Un sì, finito in naftalina, alla commissione d’inchiesta chiesta dal Partito democratico. E una denuncia per diffamazione a chi per primo ha parlato della faccenda, l’associazione (con annesso sito internet) Tempo Moderno e il giornalista Tommaso Labate del «Riformista». Denuncia presentata non dagli avvocati della Provincia, come di norma, ma da Giorgio Zanelli, penalista del Foro di Brescia. E partner dell’impresa di consulenza «Studio Bontempi Srl di Orsolo (Bs)», tra i cui titolari c’è Giorgio Bontempi. L’assessore provinciale sopra citato. Quello dal cui ufficio provengono due dello otto vincitrici del concorso.

Renzo non lo sa, perché Torino è lontana, ma anche lì, sotto la Mole Antonelliana, la trotizzazione è già realtà e ha penetrato il Piemonte, regione a guida leghista. Per esempio: nella segreteria dell’assessore ai Trasporti, William Casoni, è impiegata Paola Ambrogio, sposata Ravello, ovvero all’assessore all’Ambiente Roberto Ravello. Maria Cristina, sorella del consigliere Francesco Toselli lavora al gruppo del Pdl insieme a Daniela Rasello in Greco, figlia del consigliere regionale Rosanna Costa, e a Giovanna Armosino, sorella di Maria Teresa, presidente della Provincia di Asti. Il capogruppo dei «Pensionati con Cota», Michele Giovine, ha invece alle dirette dipendenze la sorella Sabrina. Ancora: i «Verdi Verdi», gli ambientalisti liberali, hanno come leader e unico consigliere tale Maurizo Lupi. Ecco: al gruppo lavorano la moglie Lorella, la figlia Sara e i fratelli Alberto e Alessandro. Lupi in fabula. Ma è negli uffici del presidente della Regione Roberto Cota che più si manifesta la mitizzazione del Trota. Michela, figlia di Mario Carossa, capogruppo del Carroccio, lavora nella segreteria del governatore in qualità di: «Addetto collaboratore dell’Ufficio comunicazione». Non solo. Il responsabile dell’Ufficio Comunicazione di Cota si chiama Giuseppe Cortese. La responsabile dell’Ufficio comunicazione dell’assessore allo Sviluppo (e braccio destro di Cota), Massimo Giordano, si chiama Isabella Arnoldi. Giuseppe e Isabella sono marito e moglie. Viva l’amore trotalizzante!

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6 risposte a La Parentopoli dei Bossi

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  2. Leghistambientino ha detto:

    A Busto Arsizio, città Natale – auguri a tutti ! – del capogruppo leghista alla Camera Reguzzoni, dopo che questo lasciò la presidenza della Provincia col secondo mandato di soli nove mesi, obbligando ad una seconda tornata elettorale a spese dei cittadini, per fregiarsi del titolo di onorevole, la sorella Paola è stata messa a presiedere la holding dell’azienda comunale, l’ AGESP. Un’azienda che ha ottenuto più della metà degli appalti del Comune, senza garantire trasparenza e correttezza delle gare. Buone Feste.

  3. gianna ha detto:

    Che schifo! Ma non si può far niente per dare grandissima visibiltà a queste informazioni? per costringere i leghisti a vedere cosa fanno i loro osannati capi?
    Forse però servirebbe a poco, mi sa che sono tutti della stessa pasta, capaci solo di prendersela con i più deboli mentre loro arraffano tutto l’arraffabile da Roma ladrona.

  4. pedrop61 ha detto:

    E’ per questo che durante le rivoluzioni accade che si “tagliano” dei colli…purtroppo però non sempre sono i colli giusti.

  5. troubledsleeper ha detto:

    mamma mia che tristezza! certo che tutto il mondo è paese….dopo alemanno…..
    un saluto

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