Attorno alla città

di Pedrop

Quando, verso la fine di febbraio si andava su, in Piemonte, a prendere il vino. Nella vecchia 1100 bianca di mio padre, assieme a mia madre, a trovare i suoi parenti e ad acquistare qualche tanica di Dolcetto, allora, all’inizio degli anni 70 era ancora una piccola avventura. Bisognava passare il Turchino e, regolarmente, arrivati sopra Mele, dovevamo fare una sosta, perché vomitavo anche l’anima. Ho sempre sofferto il modo di guidare di mio padre, così dolcemente cullante, così morbido. Anche per quello che io, al contrario, guido, duro, tutto a scatti, sempre al limite dalla velocità che è consentita alle mie capacità e, credetemi, è sempre un po’ sopra il dovuto. Questo ha segnato la mia vita e i rapporti con mia moglie, con la quale litighiamo quasi sempre quando siamo in macchina. Ma litighiamo anche fuori dalla macchina per mille altri motivi quindi…. tanto vale.

Passare il Turchino significava essere dall’altra parte. Un altro mondo. Lì le regole frenetiche di una città che giocava ad essere grande ma si portava dietro la faciloneria e l’ingenuità della sua giovinezza e ancora, ma per poco, un vago “odore” di stalla, non esistevano più.  Lì era la campagna, il regno dei contadini, dei vinificatori, di chi, “toccava” la terra per avere diritto alla vita. Li era un diritto essere sporchi, avere la macchina vecchia, tirare il collo alla gallina per mangiare la sera. Piccole magie: le uova ancora tiepide, le patate sporche di terra, la carne dura, ma anche una minestra con la pasta andata a male e piena di vermi. Arrivare dai Parenti, a CastelBoglione, significava attraversare qualche ora di boschi, colline verdissime, poi filari e campi e infine attraverso una sterrata in mezzo a un fitto boschetto si arrivava alla cascina di Pianzolo. L’aia era in terra battuta e l’estate regalava folate polverose che si attaccavano al sudore delle gambe, ai capelli e alla gola, si finiva per diventare della stessa sostanza argillosa e giallastra che dava da vivere. Era un mondo a sé, quello della campagna, del Piemonte. Era una terra fatta di campi, di gente che arava, di bestie che muggivano, di aie piene di galline e gabbioni per conigli, di cani pulciosi e maltrattati. Poi a settembre quando c’era la meliga ci si radunava tutti in casa di uno e si faceva andare la sgranatrice che da una parte si “mangiava” le pannocchie e dall’altra sputava i grani nel sacco e “lo stronzo” (ovvero il torsolo) da sotto. Si lavorava, si parlava, si mangiava insieme e alla fine dopo svariate stagioni si finiva col diventare parenti. Su quelle strade era opportuno passare col trattore o con la mietitrebbia, le macchine erano tutte sgangherate, piene di “ferite” sulla lamiera delle fiancate, con le gomme in stato pietoso, coperte di fango. Era il modo di viaggiare a quell’epoca. Bisognava attraversare chilometri e chilometri di verde, aspro, abbandonato, selvaggio, su strade improbabili, strette e tortuose, prima di arrivare dall’altra parte del mondo, ovvero dietro l’Appennino. Micoa come oggi che c’è un’autostrada a tre corsie. Era una piccola impresa, o col treno, in vagoni recuperati alla guerra di splendido legno scuro riverniciato lucido e pieno di intarsi vandalici, ma anch’essi ormai storici, e con le porte che si aprivano fra due sedili, passando per ore in mezzo a due alte file di gaggie, lungo un binario stretto e tortuoso, attraversare stretti ponti gole dirupate, torrenti secchi, oppure in macchina, in un’impresa che chiedeva del tempo, della dedizione, della sofferenza. Quella differenza fra due mondi regalava un’identità,ovvero una dignità, ma non di razza, direi piuttosto esistenziale. Oggi, per quelle lande, il viaggiatore che abbia la ventura di andarci non trova più nulla, le rade zone di pianura dell’Ovadese sono, poco a poco diventate terreno per costruire grandi,interminabili ed anonimi capannoni, dove l’inventiva imprenditoriale italiana si è improvvisata un mestiere: alcuni producono laterizi, altri ceramiche e piastrelle per case, altri ancora mobili o abiti, ma soprattutto è stato gettato del cemento ovunque. La campagna, quella vera, è stata ridotta all’osso, al suo posto, rade file di campi coltivati a mais, o capannoni, appunto. Adesso la crisi ha fatto chiudere molti di quei capannoni, accanto a loro sono apparsi altri capannoni più moderni, pieni di merci, che aspettano i clienti della Domenica. Autentiche cattedrali del deserto, con l’aria condizionata e la musica in filodiffusione, dove passano, lievi come ballerine file di commesse con divise sgargianti e grossolane. Pochi clienti, ma con continuità. Un bar che vende panini di plastica e bevande sintetiche; hanno pensato a tutto. Dopo la città, se hai la ventura di gettarti in quei lidi per cercare la campagna non ci troverai più nulla, solo magazzini e centri commerciali che ti promettono attraverso le mille luci di un manifestino un risparmio improbabile praticamente su tutto, cibo, utensili,vestiario,scarpe,elettrodomestici, intrattenimento. Commesse gentili e malvestite che sembra abitino lì da sempre e non possiedano una vita propria, una casa, un luogo lontano da lì dove esistere. E’ il nulla istituzionalizzato, dove non c’è niente ma occupa uno spazio in maniera arrogante, coinvolge delle esistenze,  pretende valenze emotive. Quel nulla è quello che siamo, commesse comprese. Quell’arroganza è la stessa che ci tocca di subire per ogni giorno che affrontiamo la vita, quel vuoto è il nostro vuoto: un urlo sguaiato e volgare.

Quando ci domandiamo, dove siamo arrivati e che fine faremo, dobbiamo andare a cercare lì, alle spalle della città in quel lento, inesorabile accerchiamento. E’ li che si è verificato tutto, e successo tutto, così in fretta e un po’ in sordina che non ce ne siamo quasi accorti, sicuramente presi a fare altro. Quel vuoto fatto di merci, è lo stesso vuoto che porta un gruppetto di adolescenti a lanciare dei sassi lungo un cavalcavia, posto giustappunto in mezzo a quel vuoto, dove neppure la vita pare abbia più un senso. Se vogliamo capire dove stiamo finendo, dobbiamo lasciare un poco la città e buttarci in queste immense periferie che ormai costituiscono quelle che furono le campagne del nostro paese, fatte di brutto, di cemento, di grandi magazzini, di capannoni spesso vuoti, di impianti sportivi in abbandono. Un vuoto che lentamente ci ha sommerso anche l’anima.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Rassegna Stanca e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Attorno alla città

  1. ormaistanco35 ha detto:

    E’ tutto vero, tutto brutto, tutto finto, tutto morto.

  2. gio ha detto:

    Ineccepibile e totalmente condivisibile

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...