Stampa, libertà condizionata

Ci sono due vicende parallele, in questi giorni, due tentativi diversi di mettere un bavaglio alla stampa non allineata. Checchino Antonini, giornalista di Liberazione, condannato per aver raccontato le aggressioni subite dai manifestanti al G8 di Genova nel  2001. Contemporaneamente il Governo decide di tagliare i fondi alla stampa cooperativa. Su segnalazione di due rane dello stagno, Rassegna Stanca oggi ospita volentieri gli articoli di Carta e Terra che spiegano cosa succede.

Editoria, una settimana decisiva (di Enzo Mangini, Carta)
E’ una settimana decisiva per la sorte dei contributi pubblici all’editoria e per Carta. Martedì il decreto milleproroghe va alla Camera, dove il Pd promette di dare battaglia e si potrebbe introdurre un emendamento per evitare che decine di testate chiudano. Lunedì mattina riunione alla Fnsi per decidere come protestare. […]  Il consenso molto ampio, testimoniato dalle firme in calce all’emendamento al milleproroghe, non è bastato a salvare i fondi e il diritto soggettivo dalla tenaglia della fiducia decisa giovedì dal governo, quando il maxiemendamento è andato in aula al senato. Tremonti aveva promesso a dicembre, in una telefonata a Gianfranco Fini, che in quella sede i fondi – tagliati con un blitz nell’emendamento del governo alla legge Finanziaria – sarebbero stati ripristinati. Per il ministro dell’economia, evidentemente, non basta la parola. [… Sono circa cento le] testate che rischiano di chiudere nei prossimi mesi, se il governo non viene costretto a fare retromarcia sui tagli e il diritto soggettivo. Dopo gli ultimi agguati di Tremonti, che ha prima promesso, poi rinviato, poi ancora promesso, poi di nuovo rinviato misure utili a neutralizzare la sentenza capitale contro i giornali, il clima generale attorno al tavolo non è improntato al pessimismo, come si potrebbe pensare. C’è voglia di lottare, su tutti i piani. Innanzi tutto contestare che i fondi all’editoria, a questa editoria, siano uno spreco, come invece vuole far credere Tremonti. Non sono uno spreco gli stipendi di 4 mila tra giornalisti e poligrafici; non sono uno spreco i soldi che vengono immessi nel sistema distributivo, fino alle edicole [come ha ricordato il rappresentante del Sinagi, il ramo della Cgil che si occupa degli edicolanti]. Non sono uno spreco, soprattutto, le idee messe in circolo nel paese e tra i cittadini da questa editoria, che non accetta di sentirsi «minore» e non accetta di essere accusata di non poter stare in un mercato tutt’altro che regolare e trasparente. Il peso di queste idee, per dirne una, potrebbe rivelarsi molto utile nelle prossime elezioni regionali, visto che è proprio tra i giornali locali che si conteranno molte vittime della mannaia governativa. Cosa fare per fermare Tremonti? Le idee sono molte e saranno precisate nei prossimi giorni. Già lunedì è prevista alla Federazione nazionale della stampa una riunione del coordinamento dei comitati di redazione delle testate minacciate. Martedì il milleproroghe andrà alla Camera. E molti ricordano come Tremonti, a dicembre, abbia assunto davanti a Fini l’impegno di ripristinare i fondi. La Camera sarà il primo test anche della volontà del Pd di appoggiare fino in fondo questa mobilitazione, rispettando però, ha precisato con grande correttezza Orfini, il carattere pluralista e l’autonomia dell’ampio fronte dei giornali impegnati nella protesta.
È chiaro per tutti che l’attacco del governo non è solo alle singole testate. È un attacco più generale al diritto di stampa e alla libertà di informazione, ma anche al parlamento e alla sua autonomia, visto che a luglio dell’anno scorso, con un emendamento nel decreto sull’energia, il parlamento aveva deciso che i tagli sarebbero stati rinviati di due anni e che il fondo sarebbe stato finanziato con un aumento dell’1 per cento della Robin tax sui petrolieri. Tutti dettagli per Tremonti: il lupo cattivo del ministero delle finanze sta dimostrando un accanimento politico che è difficile non legare tanto agli squilibri nella maggioranza quanto alla più ampia strategia del governo per smantellare del tutto il sistema dell’informazione.

Antonini, il crimine della verità (di Pino Di Maula, Terra)
Il tribunale di Roma ha inflitto, martedì scorso, otto mesi di reclusione, in primo grado, a Checchino Antonini per un articolo del 16 settembre 2005. In attesa di conoscere le motivazioni del giudice, vediamo ora di quale orrendo crimine si è macchiato il collega.
Sembrava tutto chiaro. Chiaramente intimidatorio. Eppure il tribunale di Roma ha inflitto, martedì scorso, otto mesi di reclusione, in primo grado, a Checchino Antonini per un articolo del 16 settembre 2005. In attesa di conoscere le motivazioni del giudice, vediamo ora di quale orrendo crimine si è macchiato il collega. L’accusa è diffamazione a mezzo stampa. I querelanti sono due fratelli: uno è segretario generale del Siap, potente sindacato di polizia, l’altro è suo fratello, segretario provinciale a Bari. I due si sono sentiti diffamati. Vediamo perché.
Sulle pagine di Liberazione, all’epoca diretto da Piero Sansonetti, Antonini riportò l’aspra polemica esplosa tra i sindacati di polizia e l’allora capogruppo di Rifondazione al Senato, Gigi Malabarba, reo a sua volta di aver criticato, il giorno prima, tramite interrogazione parlamentare, i criteri discrezionali con cui erano stati valutati degli agenti di polizia per far carriera.
In particolare due funzionari distintisi per i «calci con rincorsa» e l’irruzione alla Diaz nel G8 del 2001. Malabarba chiedeva in pratica spiegazioni all’allora capo della polizia e della commissione di valutazione, su presunti benefit assicurati ai dirigenti fidati, mentre i quadri “scomodi” venivano espulsi con un sistema, considerato, ingiusto e vessatorio. Tutto ciò non piacque a diversi segretari sindacali del personale di Ps che rilasciarono, il giorno dopo, dichiarazioni al vetriolo alle agenzie stampa. Giuseppe Tiani, leader nazionale del Siap, si disse offeso per quell’articolo che lo citava per la sua parentela con il segretario provinciale della medesima sigla, all’epoca inquisito per favoreggiamento di personaggi legati all’estrema destra barese.
Reato da cui, il 22 gennaio di quest’anno, è stato assolto, ma  contestualmente condannato a 9 mesi per violazione del segreto di ufficio (pena poi sospesa). Questi sono i querelanti che hanno avuto, per ora, ragione dal Tribunale di Roma. E Checchino invece chi è? Secondo chi scrive uno dei migliori cronisti nazionali. Obiettivamente, è il giornalista senza il quale non si sarebbe saputo nulla o quasi dei soprusi e delle  violenze subite da Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Riccardo Rasman (chi ha ucciso quest’ultimo è stato condannato a soli sei mesi per omicidio colposo). Insomma, un giornalista decisamente scomodo. Giornalista a cui va tutta la mia solidarietà e quella della redazione. 
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6 risposte a Stampa, libertà condizionata

  1. checchino antonini ha detto:

    vi ringrazio davvero, l’informazione non è una merce come le altre per questo ha bisogno di spazi e fondi se vuole denunciare i soprusi e costruire un altro mondo possibile
    grazie a tutti
    checchino

  2. Ariel ha detto:

    Giornalisti condannati per aver fatto domande? Brrr… Mi vengono i brividi…
    Dove andremo a finire?

  3. Isidoro Aiello ha detto:

    La libertà di stampa e tutto ciò che la consente deve essere salvaguardata in una democrazia autentica e pluralista. Questo governo è certamente infastidito dalle voci dissonanti perchè esercitano quel controllo democratico, che è il fondamento delle democrazie moderne. Il malaffare non vuole nè una corretta informazione nè la possibilità di essere giudicata ed eventualmente condannata: E’ ora di finirla ! Spero che gli italiani, resi consapevoli dalla gravità della crisi economica e dai costi della corruzione diffusa ( 60 miliardi di Euro l’anno ), trovino la forza ed il coraggio di ribellarsi, mandando a casa questa classe politica indegna

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