Caselli: “Il processo breve? Un colpo di spugna”

Il procuratore della Repubblica di Torino, Giancarlo Caselli, è d’accordo nel celebrare processi nel più breve tempo possibile, ma suggerisce di “calarsi”  nel quotidiano della giustizia prima di fare nuove mosse. La norma chiesta da Silvio Berlusconi per abbreviare i dibattimenti e concluderli entro sei anni per il capo dei pm torinesi potrebbe provocare negli uffici giudiziari l’azzeramento di migliaia di processi. Ecco l’anticipazione dell’intervista a Caselli che uscirà domani sull’Espresso.

caselliProcuratore Caselli, Niccolò  Ghedini, consigliere giuridico e avvocato difensore del premier, ha pensato a nuove regole per accorciare i processi, che dovrebbero essere applicate a procedimenti già in dibattimento di primo grado. Cosa ne pensa?

«Chiedere ad un operatore di giustizia se sia a favore del “processo breve” è come chiedere ad un medico se sia a favore dell’abolizione del cancro. Domanda retorica per eccellenza. Se si vogliono valutare gli effetti di una riforma processuale si deve por mente agli effetti reali che quella riforma avrà non su questo o quel processo ma sulla generalità dei processi. Altrimenti si rischia di fare la figura di quei giacobini napoletani del 1799 di cui narra Vincenzo Cuoco: con le note conseguenze della loro “astrattezza di patrioti”. Ed il paragone è, a ben vedere, molto benevolo».

Ipotizzando che le nuove regole sul processo penale breve prevedono una durata massima di sei anni, con fasi massime di due per indagini preliminari, primo grado e appello, e alla fine l’estinzione se il calendario non viene rispettato, che ripercussioni potrebbero esserci?

«L’ipotesi, in base a queste coordinate, non potendo ancora leggere un testo definitivo della norma, potrebbe mettere a rischio, a Torino, il processo “Eternit”  (morti da amianto, ndr) e forse persino quello della Thyssen. Potrebbero saltare anche i processi sui produttori e sull’ente certificatore delle valvole brasiliane usate in cardiochirurgia alle Molinette di Torino. Per fare un altro esempio, c’è un processo con una decina di imputati per usura ed estorsione, la cui inchiesta avviata nel 2005, si è chiusa a luglio 2007 ma siamo ancora oggi in pieno dibattimento e la fine non appare prossima. Aggiungerei poi fra i processi che potrebbero saltare anche quelli per bancarotta, che per definizione, a causa della loro complessità, sono sempre lunghissimi».

Le sentenze della Corte di giustizia Ue sostengono che i nostri processi sono troppo lunghi. Cosa si potrebbe fare per accorciare i tempi senza creare danni alle inchieste?

«Se si vogliono ridurre i tempi del processo, come giustamente l’Europa ci chiede, perché non prevedere, come avviene in tutti i paesi europei, dei seri filtri per il giudizio di appello? Perché non ritoccare il principio del divieto di reformatio in pejus: per cui, in caso di appello da parte del solo imputato condannato, la sua sentenza può essere riformata soltanto in suo favore e mai ritoccata in negativo. Neppure se, ad esempio, l’imputato è confesso, ha avuto in primo grado una pena quasi minima e ciononostante chiede l’appello?».

Il ddl di iniziativa parlamentare frutto d’intesa tra il premier e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, potrebbe dare un’accelerata ai tempi della giustizia?

«Ho letto la lettera che l’onorevole Giulia Bongiorno ha inviato al “Corriere della sera” il 9 novembre, e sono d’accordo con lei. Scrive che per “valutare nuove leggi dirette a ridurre i tempi della prescrizione… è importante calare l’astratta previsione legislativa nella concreta realtà quotidiana”. E, più avanti, invita a chiedersi quali conseguenze “questa riduzione dei tempi di prescrizione] può avere se prima non si mette il sistema in condizione di celebrare i processi in tempi brevi”. Ebbene. La “concreta realtà quotidiana” ci dice che, mentre invochiamo le rose, quel che ogni giorno manca è il pane. Mancano i cancellieri. Mancano i soldi per i loro straordinari: per cui, in una sede come Torino, è impossibile tenere udienze pomeridiane, cosa che, si noti, accadeva normalmente negli anni Ottanta e Novanta».

Oltre a pensare di accorciare i tempi di “alcuni” processi si dovrebbero trovare adeguati stanziamenti finanziari per la giustizia?

«Mancano i soldi per interpreti e periti: che vengono pagati poco e con vergognosi ritardi, a volte di anni. Tanto che, ormai, i migliori tra loro non accettano più incarichi. E per comprendere quanto gli interpreti siano oggi indispensabili per la giustizia del quotidiano basta entrare in un’aula in cui ogni giorno si celebrano le direttissime: e scoprire che, in una grande città del Nord, l’85 per cento degli arrestati di strada sono stranieri. Mancano i cancellieri, non si pagano gli interpreti e allo stesso tempo si vogliono ridurre i tempi di durata del processo: è come se si facesse cessare il vento e poi si imponesse ad una barca a vela di doppiare la boa a gran velocità».

Giulia Bongiorno aveva anticipato la posizione del presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale ha reso noto che in Finanziaria saranno stanziate più risorse per il settore giustizia.

«Dice Giulia Bongiorno: per una giustizia più veloce ci vogliono più risorse, umane e finanziarie. Ovvio. Ma neppure queste basteranno se non si deciderà di “aggiornare la disciplina del codice di procedura penale”. Mantenendo e casomai rinsaldando le reali garanzie dell’imputato. Ed invece sfoltendo quei formalismi che creano soltanto appesantimenti e lungaggini. Sarebbe questo un bel terreno di confronto e di riflessione tra politica, avvocatura e magistrati: una scommessa che varrebbe davvero la pena di essere giocata».

Quanta responsabilità  hanno i magistrati in questa giustizia lenta?

«Non si deve mai dimenticare che il processo è un’attività complicata e ci vuole tempo. Spesso lavorare in fretta significa lavorare male, con decisioni che possono essere annullate. Di qui la necessità di un sistema che dia a ogni processo il tempo occorrente, pur facendosi carico delle necessità di accelerare le procedure. Va pure detto che anche i magistrati hanno una parte di responsabilità. A lungo la cultura dell’organizzazione e dell’efficienza è rimasta loro sostanzialmente estranea, ma da una decina d’anni ormai questa mentalità è cambiata e si stanno facendo passi importanti nella direzione giusta».

Un mese fa aveva detto che le riforme della giustizia sono più complesse di quanto certi disinvolti riformatori vorrebbero farci credere. È ancora di questo avviso?

«C’è la tendenza a burocratizzare il ruolo dei magistrati. Negare che l’essenza del lavoro dei magistrati sia l’interpretazione delle leggi è negare l’ovvio. Tutte le forze politiche devono saper rinunciare all’insofferenza verso i controlli su di loro. Occorre comprendere che l’assetto istituzionale della magistratura e la sua indipendenza sono un patrimonio per tutti i cittadini. Il funzionamento della giustizia è un po’ più complesso di come la vorrebbero far comprendere alcuni riformatori. Se adesso si vuole spingere sull’acceleratore per concludere i processi in sei anni sarebbe anche il caso di controllare bene le condizioni della pista sulla quale si vuole correre, per evitare incidenti di percorso».

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