Gelli e la P2, tangenti, amici e trame

Mazzette per pagare meno tasse. L’ordine dei Templari. E un colonnello che lo informa di tutto. Ecco l’ultima inchiesta sul potere del capo della P2 raccontata da Lirio Abbate e Paolo Biondani sull’Espresso di domani.

gelliMilitari, politici, dirigenti ministeriali, direttori di banca, magistrati, professionisti, industriali e faccendieri. Una nuova rete di «personaggi appartenenti a tutti i settori che contano della vita pubblica e privata». Con una copertura associativa di stampo massonico, che garantisce vantaggi «a tutti e a ciascuno», attraverso «stretti legami di fratellanza e mutua assistenza». E in cima alla piramide, lui: Licio Gelli, l’immarcescibile maestro venerabile della P2. Dalla scoperta della lista dei 962 affiliati alla sua loggia segreta, è passato più di un quarto di secolo. Dal 1981 ad oggi Gelli ha accumulato condanne definitive per reati che hanno fatto storia: principale responsabile della bancarotta dell’Ambrosiano di Roberto Calvi; stratega dei più gravi depistaggi del Sismi (la prima delle tante false piste internazionali) per la strage di Bologna. Gelli ha scontato la pena a casa, nella villa aretina intitolata alla moglie Vanda Vannacci, per gravi motivi di salute, che peraltro dieci anni fa non gli impedirono di evadere. Nel 2003, intervistato da “Repubblica”, aveva scherzato sulle analogie tra il suo piano di rinascita e il programma del governo presieduto dal suo più ricco affiliato, Silvio Berlusconi: «Sì, forse dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa». Oggi, festeggiati i 90 anni, Gelli non è solo il custode di segreti di un passato che non passa. È il protagonista di nuovi intrighi. Riceve industriali. Tratta affari. Istruisce colonnelli. Offre appoggi. E fa da consigliere all’organizzatore di una nuova rete di «fratelli». A documentare il ritorno di Gelli è l’inchiesta di una piccola procura del Nord, ora trasmessa ai pm antimafia di Palermo. A Verbania, pochi giorni fa, i magistrati hanno chiuso le indagini su una cordata di imprenditori che facevano i soldi con le fatture false. Organizzavano finte esportazioni di macchinari, creando crediti Iva fittizi. E per cinque anni, oltre a non pagare le tasse, sono riusciti a farsi rimborsare dallo Stato «almeno 9 milioni di euro». La parte del leone l’ha fatta la Tubor spa, una fabbrica di termosifoni con 170 operai, lasciata fallire dopo il sequestro del bottino. Per frodare il fisco questa «associazione per delinquere» aveva bisogno di azzerare i controlli. E a garantire «l’ombrello fiscale», come lo chiamano gli inquisiti, erano due imputati di corruzione: Rolando Russo, dirigente dell’Agenzia delle Entrate di Verbania, e Delio Cardilli, tenente colonnello della Guardia di Finanza, in servizio dal ’69. I due, secondo l’accusa, si sono divisi tangenti per un milione e 748 mila euro. Benché indagato a Roma già dal 2002, Cardilli fino al 2006 era al comando generale, come «capo ufficio operazioni del nucleo speciale evasione contributiva», e poi è diventato «comandante del centro addestramento regionale» di Perugia. Prima di essere arrestato, nel giugno 2008, insegnava alla «Libera Universitas» di Orvieto e scriveva di fisco sui quotidiani economici. Per comunicare con gli altri indagati, Cardilli usava 72 schede telefoniche e 29 cellulari. Ad ogni numero corrispondeva un solo interlocutore. Per poterlo intercettare, i finanzieri onesti hanno dovuto nascondergli una microspia in ufficio, riuscendo ad ascoltarlo solo per un paio di mesi. Il colonnello è affiliato ai Templari, l’antico ordine cavalleresco che oggi è un’associazione lecita come la massoneria. Nell’ordine d’arresto, i magistrati precisano che «era in lizza per diventare vice-priore nazionale». E trascrivono una telefonata in cui lo stesso Cardilli illustra a un «cavaliere» quale «utilità» si può ricavare dalla sua rete associativa: «Io voglio fare una forza che, con l’obiettivo umanitario, poi diventa anche economica e addirittura una forza politica… Politica nel vero senso del termine. Perché quando io alzo il telefono e dall’altra parte c’ho il cavaliere templare che è procuratore della repubblica di Roma, ti faccio un esempio, io sto già più tranquillo. Mica dobbiamo fare chissà cosa, però c’hai un amico. Anche per un consiglio, no? Dall’altra parte alzi il telefono e trovi il direttore delle entrate… E c’hai un amico. A me piace fare una coalizione: tutti in uno. Hai capito? Che tu hai bisogno di qualsiasi cosa, e ognuno di noi deve avere l’etica di aiutare l’altro. Per la Finanza ci sono io, poi c’è il collega dei carabinieri, quell’altro dell’esercito… C’è tanta gente… Ci sono quelli della pubblica amministrazione, diversi imprenditori… Così si fa!». Questa intercettazione-chiave è del 16 giugno 2007. Per tutta l’estate Cardilli si sente con Gelli. Il colonnello telefona a Villa Vanda e si presenta come «Delio». Il tono è amichevole, ma Cardilli pende dalle labbra di Gelli. Assicura di essere a sua completa disposizione «tranne una settimana di ferie». Le intercettazioni documentano una forte intesa, una sorta di alleanza tra l’ufficiale inquisito e il capo della P2. Gelli e Cardilli però sospettano di essere intercettati. Parlano con allusioni e mezze frasi. Si promettono favori, ma non precisano nomi e fatti. Molte telefonate servono solo a fissare appuntamenti a tu per tu. A fine agosto le intercettazioni s’interrompono, perché Cardilli continua a cambiare telefoni. Nei nastri restano registrate le sue insistenze per sapere se ci sono «novità» su un misterioso gruppo dei «cinque», che Gelli sta segretamente organizzando. Cardilli gli chiede se ha contattato un «imprenditore di Milano», ma non fa nomi. Le indagini documentano almeno un incontro. Il colonnello accompagna nella villa di Gelli un industriale che lui stesso identifica come Pietro Mazzoni, titolare dell’omonimo gruppo con interessi dagli appalti ambientali all’energia, dalle pulizie alle telecomunicazioni. All’uscita Cardilli riferisce a un «fratello» che Mazzoni chiama Gelli «commendatore», che i due hanno parlato di affari e che il venerabile ha promesso appoggi. Il colonnello aggiunge che deve rivedere Gelli con urgenza, perché «il maestro» gli deve «parlare a quattr’occhi» di «una cosa importante». Tanto che Mazzoni, imbarazzato, voleva lasciarli soli. Negli stessi giorni Cardilli convoca i templari per la festa del 15 settembre al Castello dell’Oscano di Perugia. Il colonnello chiede ai suoi cavalieri se sia il caso di ammettere altri «pezzi da 90» nel sottogruppo «nostro»: «Io volevo far entrare due assessori regionali, due magistrati: i procuratori di Roma e di Pisa sono amici miei… Come il senatore Colucci di Forza Italia… Il senatore Schifani è un altro amico mio… Il procuratore di Bologna pure… Io c’ho diverse nomine, ma finché non vedo le cose chiare, non le faccio entrare. Io ho fatto entrare il vicepresidente della Finmeccanica (ingegner Sabatino Stornelli, secondo i pm)… Il prefetto di Napoli sta nella mia comanderia… Abbiamo i notai, abbiamo i migliori avvocati, deputati, onorevoli, abbiamo addirittura un viceministro dell’interno che voleva entrare, ti dico pure il nome: Minniti». Solo vanterie? Frequentazioni di lavoro che il colonnello spaccia per amicizie interessate? L’inchiesta di Verbania ha verificato l’appartenenza ai templari dei soli professionisti e funzionari direttamente coinvolti nei fatti di corruzione. Su tutto il resto, ora indaga Palermo. I pm antimafia hanno infatti scoperto che il colonnello Cardilli, il 6 giugno 2008, ha incontrato una poliziotta poi arrestata come complice di una consorteria massonica: una banda in grado di rinviare e aggiustare anche processi di mafia in Cassazione. Il presunto capo, Rodolfo Grancini, è un massone di Orvieto in rapporti con Marcello Dell’Utri. La poliziotta, Francesca Surdo, voleva entrare nei servizi segreti. Al che Grancini le ha chiesto un curriculum e fissato un appuntamento con Cardilli, che si è qualificato come «già destinato ai servizi». All’incontro, il colonnello le ha presentato l’ennesimo amico importante: Roberto Mezzaroma, costruttore romano ed ex europarlamentare di Forza Italia. La poliziotta ricorda che «portava sulla giacca il prisma simbolo dei circoli di Dell’Utri».

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Una risposta a Gelli e la P2, tangenti, amici e trame

  1. Laura ha detto:

    Infatti il governo attuale sta gradualmente dando forma al progetto P2.

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