Una Rana al corteo di sabato

stampaTempo fa un’indagine di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa nel mondo collocava l’Italia al quarantesimo posto. Alle spalle dei Paesi scandinavi, del Canada, della Francia, della Germania, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti. E anche dietro nazioni latinoamericane e africane come Ecuador, Cile, Benin e Namibia. Guardando i nostri mezzi di informazione dubbi sulla trasparenza e sull’obiettività di giornali, radio e tv ne possono venire a bizzeffe. Ma che la libertà di stampa da noi sia morta, questo no, non si può (ancora) dire.
C’è, sicuramente, una grande anomalia. E’ logico e fisiologico (quasi inevitabile) che una testata parli al suo pubblico e che abbia un’anima di destra o di sinistra, liberale o conservatrice, riformista o progressista. Il guaio dell’Italia, infatti, non sta nel tipo di ispirazione che soffia all’interno della redazione di un giornale, ma nel tipo di proprietà che la spinge. Il principale quotidiano economico è un’azienda di Confindustria e come tale si comporta quando ci sono in ballo decisioni considerate strategiche per le imprese (vedi la campagna nuclearista a beneficio di Enel). Il Messaggero, Il Gazzettino e Il Mattino fanno parte della Caltagirone Editore e guardano (e scrivono) con tenerezza alle vicende dei palazzinari di questo Paese. Il principale quotidiano cattolico, prima ancora che espressione di una coscienza religiosa, è portavoce della Conferenza episcopale (e come tale si è mosso affrontando alcune vicende spinose, dall’uso dei profilattici in Africa al caso Englaro). Gli organi di partito (L’Unità, Liberazione, La Padania…) fanno gli organi di partito. Mentre, com’è noto, i tre tg Rai sono da sempre cencellizzati. Ed è in questo contesto, consueto e accettato nel Paese, che ad anomalia si è aggiunta anomalia, con un Presidente del Consiglio proprietario di tv e giornali, con un continuo viavai di giornalisti dalle redazioni alla Camera, al Senato, al parlamento europeo, alle Regioni.
Nonostante questo la libertà di stampa è malaticcia, ma non morta, non c’è lo stivalone di Mussolini o la Securitate di Ceausescu a mettere il bavaglio a nessuno. C’è, tuttavia, un meccanismo molto più subdolo: l’autocensura da una parte (quando si parla di politica o anche di altri temi che stanno a cuore al Governo, è possibile aspettarsi una notizia che sia una, trasparente, chiara ed obiettiva, dal Tg1?), l’essere più realisti del re dall’altra, la voglia di dimostrare al sovrano una fedeltà che va al di là delle aspettative. E l’imperatore ne approfitta, spinge e asseconda il progressivo imbarbarimento dei mezzi di informazione che ha fatto perdere alla stampa il ruolo di cane da guardia del potere e la sta trasformando in un barboncino scodinzolante. Un cagnolino talmente fidato che, di volta in volta, sopporta bonario che chi governa alzi la posta, fregandosene dell’etica e del rispetto delle norme politiche, scegliendo direttori del servizio pubblico servizievoli, denunciando chi fa domande, formulando editti contro i non allineati, chiedendo alle imprese di non dare pubblicità ai reprobi. Non c’è un fascismo fatto di manganelli o di giornali dati alle fiamme. C’è piuttosto un fascismo mediatico che non mira solo a cancellare o a modificare le notizie scomode, ma ha l’obiettivo di cloroformizzare le coscienze o, detto in altre parole, di rendere le masse apatiche e rincoglionite, anche – perché no – raccontandogli barzellette.
Sabato prossimo a Roma la manifestazione “No all’informazione al guinzaglio” indetta dalla Federazione nazionale della stampa dovrà servire proprio a rigettare questo format mediatico. Non si tratta di essere a favore o contro dell’onorevole Berlusconi, in ballo c’è altro: il diritto di essere informati correttamente, di poter dibattere, di potersi costruire un’opinione propria, autonoma.

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