Europa, una sinistra disfatta

Il politologo francese Marc Lazar spiega a Gigi Riva dell’Espresso (domani in edicola) i perché del crollo della sinistra in Europa

A Marc Lazar, 56 anni, docente a Sciences Po (Parigi) e alla Luiss di Roma, corsa_con_bandieretra i massimi studiosi della sinistra europea, piace far di conto prima di addentrarsi in un ragionamento sui motivi per cui i riformisti cedono in tutto il continente. Ricapitola, dunque: «In sedici Paesi la sinistra è stata sconfitta: Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Portogallo, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Finlandia, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Estonia». Poi ci sono gli Stati con lievi progressi: «Grecia, Cipro, Malta, Polonia, Romania, Lituania, Slovenia e Irlanda». Due casi specifici: «Lettonia e Slovacchia dove la sinistra è alleata con i populisti». Manca la Svezia: «Che pure è particolare per via della lunga tradizione socialdemocratica». L’insieme fa il forte arretramento, in percentuali e in seggi, dei socialisti in tutta l’Europa.

Professor Lazar, la sinistra riformista perde soprattutto nei grandi Paesi europei. Perché?

«Ci sono alcune situazioni nazionali specifiche. In Italia e in Francia perde perché è opposizione impotente. In Gran Bretagna e in Germania per l’usura che comporta il potere. In Spagna a questo si aggiunge la crisi economica che colpisce più di altrove e penalizza Zapatero. E poi, naturalmente c’è una tendenza generale che colpisce la sinistra e che va analizzata nel suocomplesso».

Questa analisi da dove deve partire?

«Dall’astensionismo che colpisce maggiormente i riformisti».

In passato si diceva che gli elettori di destra erano quelli che meno andavano a votare.

«Non è più così. Non si recano alle urne i ceti popolari, quelli più colpiti dalla crisi  economica, poco politicizzati e col livello di istruzione piuttosto basso. Inoltre le prime analisi ci mostrano che, ad esempio in Francia, l’81 per cento dei ragazzi nella fascia tra i 18 e i 25 anni ha disertato i seggi. Se si esprime solo l’Europa vecchia, questo ha un effetto sui risultati non indifferente».

Anche quelli che sono andati a votare comunque non sono andati a sinistra.

«Vero. In parte si sono fatti tentare da altre scelte e hanno abbracciato i movimenti euroscettici o estremisti, persino se di estrema destra. C’è anche un altro fenomeno e riguarda gli elettori di livello di istruzione elevato, che abitano nelle grandi città. Sono preoccupati più che della crisi economica, del degrado dell’ambiente dove vivono, hanno una sensibilità ecologica e hanno premiato i movimenti verdi. È successo in Francia, Belgio, Grecia, Lussemburgo, Svezia, Germania, in generale nell’Europa del Nord».

Emorragia verso le estreme e verso i verdi che hanno dissanguato i socialisti.

«Non è tutto. Ci sono anche i moderati che votano a volte a sinistra, a volte a destra e in paesi come la Francia o la Germania hanno trovato gli argomenti della destra più convincenti».

In diversi paesi d’Europa la destra ha usato argomenti di solito tipici della sinistra, come l’intervento dello Stato in economia.

«È così. La destra ha tagliato l’erba sotto i piedi della sinistra. Non è liberista e quando la sinistra denuncia la destra liberista, la gente non capisce. Specialmente in questa crisi anche i 21 governi su 27 che sono di destra hanno cercato di coordinarsi e di insistere su politiche protezioniste. Sono diventati statalisti per pragmatismo. E hanno usato la grancassa mediatica per convincere i cittadini che stavano cercando di tenerli al riparo dai guai».

La destra ha molto usato come argomento anche il contrasto all’immigrazione.

«In molti paesi lo hanno fatto. Mi viene in mente Berlusconi e la frase su Milano città africana. Su questioni come identità, paura, desiderio di sicurezza, la destra è risultata più convincente. Siamo al cuore della questione. Da quando nell’autunno scorso è iniziata la crisi economica, le sinistre europee hanno pensato che sarebbe stato per loro un grande vantaggio politico. La vera cosa da chiedersi allora è perché la crisi non ha portato la gente a sinistra».

Perché?

«Credo che si siano usati gli occhiali del passato, quando questa crisi è invece molto diversa dalle altre. La gente ha paura della disoccupazione e della diseguaglianza sociale. Ma nello stesso tempo crede nell’economia di mercato, malgrado tutto. Ed è anche rimasta sostanzialmente individualista. Pensa di potercela fare da sola, pensa che l’azione collettiva non paga, non è attraente. Se peggiorerà, forse sarà diverso, ma per ora si cercano ancora le soluzioni in se stessi o nell’ambito ristretto del proprio circolo di amici».

Se si entra nel dettaglio dei dati si scoprono tuttavia aspetti interessanti. Esempio. Si parla della grande vittoria di Sarkozy quando se si mettono assieme i seggi di socialisti, verdi e sinistra alternativa sono addirittura di più di quelli del partito del presidente.

«Ma la destra, dappertutto, ha fatto un grande lavoro culturale e si presenta unita, mentre la sinistra tende a frammentarsi e a disperdersi».

È successo anche in Italia con i due partiti della sinistra radicale che non hanno fatto il quorum, ma in totale fanno più del 6 per cento.

«Se si vuole ragionare sul caso italiano bisogna prendere come paragone il 2004 e ammettere che la destra e la Lega hanno vinto. Una vittoria ridimensionata dall’effetto annuncio di un straordinario risultato del Pdl da parte di Berlusconi (45 per cento) che non c’è stato. Comunque la destra ha vinto nonostante la crisi economica e gli scandali di Berlusconi. Il che significa che una sinistra che ha la pretesa di governare non può essere solo anti-qualcosa».

Perché la sinistra ha la vocazione suicida della frammentazione e la destra invece no?

«Perché a sinistra continua a giocare un ruolo importante l’ideologia. Mentre a destra il confronto riguarda il potere, se si vuole anche i valori, poco l’ideologia. Persone con storie molto diverse possono coesistere nello stesso partito senza grossi problemi. Basta guardare cosa riescono a unificare Sarkozy e Berlusconi».

Resta difficile da capire perché il voto in uscita dai riformisti non sia stato intercettato dalla sinistra cosiddetta radicale.

«Si sarebbe potuto pronosticare, ma non è successo. La sinistra estrema fa piccoli progressi in Francia, Portogallo, Danimarca, Germania e Olanda. Credo che la gente, oltre a orientarsi verso estremismi diversi come quelli populisti o xenofobi, denuncia anche una forma di stanchezza verso il voto minoritario e argomenti considerati troppo tradizionali. È stanca di partecipare alle gloriose sconfitte».

Altro problema è la mancanza di attrattiva dell’Europa.

«È un grande paradosso. Il Parlamento europeo ha sempre più poteri. Da diverse indagini risulta che la maggioranza dei cittadini pensa: per fortuna che c’è l’Europa altrimenti andrebbe peggio. E poi però non vanno a votare. Perché non capiscono bene cosa sono le istituzioni europee, come possono pesare sulle decisioni. Si può continuare così, aspettare cinque anni e vedere che l’affluenza alle urne è ancora diminuita. Ma io credo non sia producente. Bisogna avviare un’operazione di trasparenza e di informazione massiccia altrimenti avremo altri referendum anti-europei e il processo di formazione dell’Europa subirà altre battute a vuoto».

La scarsa affluenza alle urne, al 43 per cento, significa che il Parlamento appena nato è in qualche modo delegittimato?

«Un Parlamento eletto da una minoranza ha alcune difficoltà a definirsi legittimato. Questo giugno non è un grande mese per l’Europa. È un momento difficile anche se si considera il successo, soprattutto a Est ma non solo, di formazioni euroscettiche e xenofobe».

Si può dire che ha vinto il populismo?

«Non esageriamo adesso. Malgrado tutto il Partito popolare europeo e il Partito socialista restano le due formazioni principali e adesso hanno la responsabilità di rilanciare il processo di unificazione reale».

Tornando al socialismo europeo. Quale lezione si deve trarre dal tracollo del Labour?

«Il Labour ha avuto il risultato più negativo dal 1918. Una sconfitta terribile che segna la fine della terza via tracciata da Tony Blair e impone una riflessione su come rinnovare la socialdemocrazia».

E questo non vale solo per gli inglesi. Da dove deve e può ripartire la sinistra europea?

«Invece di concentrarsi sulla demonizzazione dell’avversario deve capire i mutamenti della società che sono profondi. Non si deve pensare che il vento di destra quando avrà finito di soffiare, passerà. Ma che si vince solo con un’offerta politica nuova. Bisogna capire la complessità dell’individualismo e interpretarlo. I giovani, molto spesso toccati dal precariato, chiedono solidarietà e più democrazia, bisogna accontentarli».

C’è poi la questione della leadership.

«Altra nota dolente. A parte Zapatero in Spagna, dovunque altrove ci sono leader sempre sotto contestazione. Vanno trovate persone capaci di avere un progetto identitario e di fare una narrazione del mondo. Che non significa rispolverare un vecchio sogno utopico, ma avere una chiara visione di chi si deve essere».

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Una risposta a Europa, una sinistra disfatta

  1. Edoardo lenzini ha detto:

    Bello quasi tutto il discorso. Purtroppo che a differenza di altrove. In italia abbiamo berlusconi. E non possiamo fare opposizione senza fare anti-berlusconismo. Perche le vicende del “cavaliere” sono unite troppo strette con l’imprenditoria, i media, e la politica. Per questo in italia si ha avuto anche un aumento dei partiti proeuropa legittima e partiti europeisti. I voti alla lega vanno poi nella direzione indicata nell’articolo, il saper cogliere le paure e gli umori populisti e estremisti insieme.

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